TALAMONA, 2 novembre il giorno dei morti
RIFLESSIONI TRA LE TOMBE
IN OCCASIONE DELLA COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI UNA VISITA AL CIMITERO DI TALAMONA
Una giornata fredda grigia e un po’uggiosa offre l’atmosfera che ci vuole per visitare un cimitero. L’atmosfera crepuscolare, il silenzio… il presente e il passato che si confrontano. Uno sguardo tangibile ad un mistero sfuggente ed intangibile come la morte. Non posso quasi mai fare a meno, ogni volta che sosto davanti ad una tomba, di pensare a quel grande capolavoro di letteratura italiana che è i Sepolcri di Ugo Foscolo. Non che lo sappia tutto a memoria, però mi ha sempre affascinato questa riflessione sul rapporto tra aldilà e aldiquà resa ai massimi livelli attraverso la solennità della poesia. Un rapporto che comunque va vissuto senza troppo chiasso, senza troppa gente intorno che vuole dire la sua. Ecco perché non ho voluto attendere il giorno esatto che il calendario dedica alla commemorazione dei defunti per essere qui a passare in rassegna tutto il cimitero. Mi sembra inoltre molto sciocca la calca che si forma tra l’uno e il due novembre come se si andasse ai grandi magazzini per i saldi, come se ci dovesse essere per forza un giorno prescritto per ricordarsi di chi non c’è più. I morti sono sempre li tutto l’anno tutti gli anni.
Eccomi qui dunque, davanti all’entrata del cimitero vicina alla chiesa sconsacrata di San Carlo, una delle tre entrate possibili. Subito dentro ci sono due settori, uno alla mia destra e uno alla mia sinistra. Vi sono rispettivamente seppelliti mia nonna mio zio materno. Sono i settori che visito più spesso con le tombe più recenti dove trovano spazio ragazzi molto giovani portati via dalla fatalità e donne anziane. Nello stesso settore di mio zio ad esempio sono sepolte Agnese Zuccalli, che in vita era una sorta di memoria storica e una donna dal nome che trovo altisonante Italia Augusta morta alla veneranda età di 104 anni. Non dimentichiamo inoltre l’ex sindaco tanto amato di Talamona Domenico Luzzi, anche lui è sepolto in quel settore. Mi è capitato di visitare le tombe di questi miei cari anche in giornate assolate e di cercare riparo nella striscia d’ombra offerta dalle mura del cimitero, uno spazio dove trovano posto lapidi commemorative con foto ovali ed epigrafi come si usava una volta, lapidi che coprono tutto il perimetro del cimitero anche alcuni punti sul lato esterno. Mi hanno sempre affascinato queste lapidi. Le ho sempre considerate come pagine di un grande libro di storia in quanto non poche persone ivi commemorate sono vissute due secoli fa. Gente che ha dunque sperimentato sulla propria pelle eventi dei quali io ho potuto soltanto leggere. La stagione gloriosa del Risorgimento, forse l’ultima volta in cui si sono potuti vedere gli italiani alzare la testa per entrare a precipizio nella Storia, per essere qualcosa di più di una massa informe di plebe passiva. E poi le due guerre mondiali, l’epopea dei grandi flussi migratori verso il continente americano e quello australiano, eserciti di disperati che lasciavano tutto verso una nuova vita piena di incognite dalla quale nessuno tornava chi perché faceva fortuna chi perché cadeva in disgrazia e comunque alla fine moriva o durante il viaggio o comunque alla fine della propria avventura indipendentemente da come andavano le cose. Mi sono soffermata molto spesso davanti a queste lapidi, ho osservato questi volti inghiottiti dal tempo che mi restituiscono lo sguardo da foto sbiadite come oggi non se ne fanno più, ho letto le loro date di nascita e di morte divertendomi a fare paralleli storici con eventi conosciuti.
Tra queste persone ce ne sono di quelle nate quando l’Italia non era ancora unita e morte appena prima di vedere come gli orrori della Grande Guerra erano destinati a tornare sottoforma di orrori ancora maggiori. Qualcuno è stato un soldato, morto o disperso in qualche battaglia (ad esempio la campagna di Russia voluta da Hitler nel 1941) una di quelle che ti spiegano a scuola e che ti chiedono nei compiti in classe o nelle interrogazioni, senza però farti capire come tutto ciò sia tutt’altro che asettico o astratto, come tutto cio sia vita come quella che ci scorre davanti ogni giorno quando non addirittura qualcosa di più. Non tutti hanno una loro foto su queste lapidi, ma chi ce l’ha mi da l’impressione di essere anche nell’aspetto il figlio di un tempo perduto. Un nome mi colpisce sempre molto, Giuseppe Tessandro, la cui acconciatura ricorda molto quella del suo omonimo famoso, Garibaldi. Quest’uomo nacque nel 1842 il che significa che quando venne proclamato il regno d’Italia aveva 19 anni, un’età considerata di entusiasmi, di iniziative. Mi domando che cosa ha provato a fare parte di un evento storico così importante. Avrà fantasticato sulla spedizione dei mille e su tutte le altre battaglie precedenti? Avrà desiderato farne parte? Avrà coltivato il sogno di un’Italia migliore, di un Mondo migliore? Oppure, come non poche persone in ogni epoca, era talmente assorbito dalle preoccupazioni quotidiane (il raccolto, il bestiame, le tasse, la sopravvivenza) da restare totalmente estraneo alla Storia, da non capirla, da non averne il tempo o il modo? Continuo a camminare passando attraverso altri due settori del cimitero. Nel settore dietro a quello di mia nonna è sepolto mio zio paterno, in quello sull’altro lato era sepolto mio nonno paterno prima che le tombe venissero rimosse e i resti traslati nell’ossario lasciando al loro posto solo le poche (per fortuna) tombe di bambini che vengono comunemente chiamati angioletti. Ora sono quasi a metà cimitero in corrispondenza dell’entrata ampia sulla sinistra riservata ai feretri e ai cortei funebri e dunque occupata da un piccolo piazzale per gli ultimi rituali prima della sepoltura. Un piazzale su cui troneggia la cappelletta (ora adibita a deposito) costruita da Clemente Valenti (sepolto in una cappella di famiglia appena sulla sinistra dell’ampia entrata di cui prima) sotto la quale egli rinvenne la necropoli di epoca romana i cui reperti sono ora custoditi al museo archeologico di Sondrio. In questo punto del cimitero, su entrambi i lati dei muri perimetrali, è ubicato il settore dei loculi ove trova spazio chi, anche in tempi molto recenti, preferisce la tumulazione alla sepoltura. Qui sono collocate persone che conosco appena, che in vita ho conosciuto di vista, parenti di amici, amici di parenti, parenti troppo lontani perché io possa averli conosciuti oppure sapere che sono miei parenti. Persone che sono state molto importanti per la comunità come il presidente della banda cittadina Antonino Caruso e la madrina degli alpini conosciuta in tutta Italia Piera Milivinti. Qui si trovano gli ultimi settori del cimitero sempre quattro due per ogni lato separati in senso orizzontale da un’ampia volta ad arco. Solo uno di questi quattro settori reca una tomba conosciuta, quella di mio padre, mentre nei settori più in fondo non ci vado mai. Oggi invece è giorno di visita totale, evito solo i loculi posti sotto il livello del suolo per evitare di prendere qualche malanno dovuto all’umidità. Così scopro che qualche tomba ha subito i naturali slittamenti del terreno dovuti alla pioggia e dunque sono un po’ storte, altre sono soffocate dall’affetto dei parenti espresso da fiori che impediscono di leggerle. C’è chi invece sembra essere già caduto nell’oblio del tempo. Nel settore accanto a quello con la tomba di mio padre ci sono ben tre tombe che sembrano dimenticate ricoperte dall’erba senza una vera lapide.
Di Clementina Spini e di Orsola Tavasgi almeno i guardiani del cimitero sembrano aver avuto pietà: hanno cosparso queste tombe rispettivamente di sassolini bianchi e di un’enorme ortensia dai fiori rosa e pieni. Teresa Piubellini invece non ha avuto fortuna. Accanto al nome noto un ovale. Doveva esserci la foto una volta, ma poi è sbiadita chissà da quanto, su queste tre tombe dimenticate non sono state poste nemmeno le date di nascita e di morte. Le ho portato un vaso io una volta a questa donna. Provo un’immensa pena per queste donne mi chiedo chi fossero come hanno vissuto mi sembrano addirittura più morte di tutti gli altri qui anche se sembra una cosa impossibile, ma il fatto è che le altre tombe ben curate attestano che questi morti per qualcuno continuano ancora a vivere, ma non si può dire altrettanto di queste tre donne. Cercando di tirarmi un po’ su il morale osservo con molta attenzione i nomi originali e per la maggior parte desueti dei nostri cari defunti. Ce n’è davvero una galleria: ARCANGELO, GELMINO, VILFREDO, COSTANTE, ARISTIDE, ZOLIA, ELMO, ENOE, GOTTARDO, CIPRIANO, ABBONDIO, AMATORE, GIOCONDO, DELFINA, ROSA ASTICA, AMANZIA, SOLEMIA, SECONDO, ISIDORO, GEREMIA, LEARDO, ERSINOE, HAYDEE, ERMINIO, TAIDE, SPERANZA, ONORINA, REMO, SANTINA, ATENE, EMO, LEVI, TEMISTOCLE, QUANSTICO. Nomi e date che sottintendono storie minime nel grande libro della Storia di cui tutti, chi in modo più evidente chi meno, sono personaggi quando non addirittura protagonisti.
Mentre mi avvio ad uscire dall’ingresso grande riservato ai feretri e alle processioni il mio sguardo passa ancora tutto in rassegna. Sento una grande calma come in nessun altro luogo sono in grado di provare e mi sento un po’ come un archeologo. Provo a fare un viaggio di fantasia in un futuro lontano quando queste tombe saranno scavate e dovranno aiutare gli archeologi di un remotissimo domani a capirci qualcosa del nostro tempo. Che informazioni potranno mai essere tratte? Noi non abbiamo l’abitudine di seppellire i morti con oggetti di uso quotidiano e comunque i nostri oggetti sono meno resistenti all’inclemente azione del tempo. Forse gli archeologi del futuro capiranno di noi cio che noi non riusciamo a vedere di noi stessi. Nonostante questa sia l’epoca sinora più progredita, quella dove la storia umana sembra aver raggiunto il suo apice, siamo fondamentalmente una società fatta di niente dove tutto cio che dovrebbe essere una salvezza si rivela una rovina. A cominciare dalla religione un disastro per l’archeologia. Era molto più facile studiare civiltà che credevano che l’aldilà fosse una replica dell’aldiquà e dunque chi moriva si portava dietro tutto.
Ora sto per uscire torno al presente, ma un ultimo pensiero mi attraversa. Dato che niente dura per sempre per quanto tempo ancora potremo ragionevolmente vedere un futuro davanti a noi?
Antonella Alemanni



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